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giovedì, ottobre 15, 2009

Matricola 1788


Per me i numeri sono importanti.
Alcuni me li ricorderò sempre.
1788 rosso in campo bianco, sulle maglie di biancheria intima, sulle mutande, sugli asciugamani.
Servivano alla lavanderia per poter riconsegnare a ciascuno le proprie cose.
Qualche asciugamano con quella targhetta, cucita da mia mamma, lo conservo ancora.
Non avevo ancora 6 anni e avevo voluto andare in colonia.
Che l'avessi voluto io, a quella età, qualche dubbio me lo ha sempre lasciato. Così, però, mi hanno detto e non cambiarono mai versione. E' anche credibile che sia andata così. All'asilo non riuscirono a mandarmi. Tentarono di farlo nonostante le mie urla e l'attaccarmi alle cancellate che si affacciavano sulla strada ma dopo tre giorni, non consecutivi, in cui mi trascinarono in quel posto da cui tornavo con la febbre lasciarono perdere. Fu determinante anche il consiglio del medico che ai miei genitori, preoccupati del fatto che tutti i bambini della mia età andavano all'asilo mentre io mi opponevo con tutte le mie forze e mi ammalavo pure, disse: "Non tutti sono uguali, c'è chi vuole andare e chi no. Tenetelo a casa".
A casa c'erano i miei nonni e la cosa fu fattibile.
Non sono mai stato un bambino viziato e piagnone, impossibile a casa mia, né mai pestai i piedi per ottenere qualche giocattolo o per fare o non fare qualche cosa, un po' per carattere e un po' per l'educazione che stavo ricevendo. Se mi fossi comportato in quel modo avrei sortito l'effetto contrario a quello desiderato. Ma, non saprei spiegare il perché, all'asilo non ci volevo andare al punto di comportarmi in quella maniera per me insolita.
Stranamente non ebbi nessuna difficoltà, pochi anni dopo, nell'inserimento scolastico.
Ammettiamo, dunque, che quel bambino volesse andare in colonia o che, almeno, non avesse validi motivi per non voler andare.
Era una colonia in montagna sopra il lago Maggiore. Fu la sola occasione in cui indossai un'uniforme. Pantaloncini a mezza gamba blu, maglietta a maniche lunghe rossa e cappellino da marinaretto.
Boh!
Sarà stato perché vicino c'era il lago o un tentativo di dar vita ad un reggimento di marineria alpina.
Ero il più piccolo della camerata, il più piccolo in ogni senso. Per di più erano, per la maggior parte se non tutti, cittadini, mentre io, seppur da un paese vicino a Milano, venivo dalla campagna.
La mattina, non so a che ora, ci buttavano giù dal letto, altoparlanti a tutto volume, con la banda la va cantata da Rita Pavone. Se dovessi risentirla quella canzone avrei ancora brividi di paura.
Quando, durante una passeggiata fatta in uno dei primi giorni, mi dissero di mangiare i golia, la nota caramella nera, che stavano per terra ché erano così buoni pensai di aver a che fare con degli stupidi che mi prendevano per stupido e deficiente, per quanto mi possa ricordare dopo così tanti anni. La merda di capra la conoscevo bene. In campagna si sarà molto indietro in tante cose ma la merda la si conosce presto. La pulina di cavallo, gli stronzi di gallina, la buascia delle mucche, i pulinel delle pecore. Mica tutta la merda è uguale, ha anche nomi diversi.
Il sentire questa proposta fatta da bambini più grandi di me mi mise in stato di allarme e cominciai a tenerli a distanza.
Una notte, qualche giorno dopo, uno di loro ebbe la brillante idea di chiedermi se mi avevano già detto che i miei genitori erano morti.
Pianti disperati.
Nonostante l'intervento dei sorveglianti che tentarono di calmarmi e di rassicurarmi continuai a piangere.
Capii che da lì dovevo andarmene.
Non so come, ma mi venne anche la pertosse.
Non mi limitai a piangere. Supplicai.
E' come una fotografia vista attraverso le lacrime, io, nella stanza del direttore con i miei genitori e quest'uomo con la barba nera che mi chiede se voglio veramente andar via:
"Sì".
Sì, perdio, sì, sì, sì!
Mai più divise, mai più uniformi.
Ancora oggi provo odio e vergogna.

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