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sabato, ottobre 10, 2009

5 W under the carpet


Fra le varie gite culturali-educative a cui partecipai nel periodo in cui frequentai la scuola dell'obbligo quella che più mi piacque fu una a Torino, in terza elementare credo, per visitare il museo egizio.
Ci caricarono sulla corriera e, dopo una decina di ciodo del fero vegio de la mecanica de la mecanica de la mecanica de precision col contorno di un mazzolin di fiori che vien dalla montagna in quantità imprecisata, arrivammo davanti al museo, chiuso per riposo settimanale.
Grandi organizzatori, non c'è che dire, ma anche elastici e pronti all'improvvisazione.
Sul momento decisero di portarci a visitare la Sacra di San Michele in Val di Susa.
Fu una fortuna.
Grazie all'imprevisto, anche se facilmente prevedibile, cambio di programma visitai uno degli edifici che più mi hanno impressionato tra tutte costruzioni che ho visto nella mia vita.
Ancora oggi la ricordo come una Chartres su un cocuzzolo di una montagna con, diversamente da Chartres, una stratificazione della storia durata millenni. Non ha l'unità stilistica della cattedrale francese ma quel disordine che solo la polvere dei secoli può lasciare, secoli vissuti, popoli che passano, muri che crollano, errori di progettazione corretti con archi rampanti, un non-stile che mi piace in modo particolare.
Un'altra volta, sono sicuro, durante la quinta elementare, ci portarono a Salò per visitare il Vittoriale. Meno male che c'era il biplano con cui il cosidetto vate volò sopra Vienna durante la Grande Guerra. Se non fosse stato per quello credo che sarei morto di overdose per la massiccia dose di retorica che mi fu somministrata per via auricolare. Da patito d'aviazione, come ero da bambino ed anche un po' più in là con gli anni, ero contento di poter vedere un aeroplano così da vicino, toccarlo persino, e l'attardarmi in quella sala per poter ammirare estasiato quella macchina mi salvò dai maestri in trance nazionale-mistica, preoccupati d'infondere nella gioventù l'amor di patria attraverso i motti e le gesta del poeta che scrisse la pioggia nel pineto.
Lo amo talmente tanto Gabriele D'Annunzio, il poeta parolaio, che scrissi, anni dopo, una poesia ispirata dalla sua pioggia.

Piove.
Piove a Lazise
Piove a Desenzano
Ma che tempo farà...
...a Sirmione!?
Piove.

Anche durante i tre anni delle medie ci portarono un po' in giro nel nord-ovest d'Italia ma non ricordo nulla degno di nota a proposito dei luoghi che visitammo, se non che in terza media la gita la facemmo pochi giorni dopo un pomeriggio durante il quale seguii una presentazione di un corso di giornalismo.
Fu durante quella lezione che sentii, per la prima volta, parlare della regola delle 5 W.
Who.
What.
When.
Where.
Why.
Mi piacque.
Mai voluto fare il giornalista né l'ho mai fatto, ma quella regola mi piacque.
Pochi giorni dopo quella lezione ci fu la gita di terza media, una gita turbolenta. Complice il fatto che cominciavano ad alzarsi i livelli del testosterone in noi maschi e le femmine avevano già sviluppato i loro caratteri sessuali secondari. Insomma, i bambini crescono, e complice anche la situazione economica e socioculturale del tempo che favoriva l'inizio della carriera di fumatore proprio a quell'età la trasferta di culturale ebbe ben poco. In compenso il clima all'interno della corriera divenne nebbioso e le mani di alcuni non stavano attaccate solamente al polso del proprietario.
Non mi ricordo grandi scenate dei professori, né decisi interventi per calmare i più esagitati, ma il corpo insegnante, che stazionava nelle prime file dell'autobus, di qualcosa si accorse.
Il giorno dopo, con intenti punitivi e terroristici, del tipo pagate tutti per quello che hanno fatto alcuni, l'insegnante ci assegnò come compito, a cui avrebbe dato un voto, di scrivere una relazione su cosa avessimo visto e imparato in quella gita.
Durante l'intervallo ci trovammo a parlare un po' di noi della classe.
L'intento punitivo non piaceva ai più. A me non dava un gran fastidio, scrivere una cosa piuttosto che un'altra non mi cambiava la vita, ero tranquillo e con tanta voglia di scherzare. Mi ricordai della lezione di giornalismo e solo per giocare dissi ai miei compagni:
“Ma chi se ne frega. Io scrivo tutto quello che abbiamo fatto, anche quello che è successo sulla corriera, faccio una cronaca della giornata, chi, dove, quando...”.
Un mio amico mi guardò un po' preoccupato e poi se ne uscì' con queste parole:
“Non hai il coraggio”.
Coraggio, che c'entra il coraggio?
Li guardai un po'. Era una sfida già vinta, non potevo lasciare correre.
“Il coraggio lo dovete avere voi, io, se mi date il permesso di farlo, scrivo tutto, nome compreso. Ce l'avete il coraggio”? Dissi.
Andai assieme al gruppetto con cui avevo scambiato quelle parole in corridoio da tutti i compagni di classe e chiesi loro quello che già avevo chiesto a chi mi stava accompagnando:
“Senti, visto che dobbiamo farlo tutti 'sto temino, io vorrei fare una cronaca, come fanno sui giornali, di quello che è successo, sigarette e il resto compreso, tutto insomma. Vorrei mettere anche i nomi. Mi dai il permesso di usare il tuo a proposito di quello che hai fatto”.
Non lo chiesi così formalmente ma non usai provocazioni per spingerli ad accettare. Ripensandoci ora non riesco a spiegarmi come mai ottenni solo dei sì.
Lo scrissi e lo consegnai.
Alla fine, per mancanza di tempo, dovetti tagliare un bel po' di episodi e si ridusse ad essere essenzialmente la cronaca del viaggio di ritorno.
Passarono un paio di giorni.
Eravamo in classe, lezione d'italiano, e la prof non ci aveva ancora consegnato il tema. Io ero curioso di sapere che voto avessi preso. Bussarono alla porta. Era la prof di matematica che entrando mi guardò direttamente negli occhi e disse:
“Marco, vieni con me in corridoio che ti devo parlare”.
"Che vorrà"? Pensai.
Non ero preoccupato, in matematica andavo più che bene.
Quando fummo fuori mi guardo scura in volto e mi disse:
“Da te non me lo sarei mai aspettato”.
“Cosa”? Chiesi un po' timoroso ma del tutto ignaro.
Cominciò a parlare del tema che avevo fatto, di quanto fossi stato volgare, di quanto irrispettoso della scuola e dei miei compagni...
“Ma io ho fatto una cronaca, mica ho inventato”. Dissi credendo di dire la cosa giusta.
“Stai zitto”!
Continuò ancora per un po' ed io pensai che il problema fossero i nomi, forse pensava avessi fatto la spia:
“Ho chiesto il permesso prima di scrivere, ai miei compagni ho chiesto il permesso...”.
Si arrabbiò. Parlò di comportamenti da criminale, del rispetto delle regole, della società civile e dei barbari... Io non capivo. Perché ero lì, in corridoio con quella di matematica ad ascoltare una ramanzina per un compito d'italiano? Perché non me l'aveva fatta in classe quella d'italiano?
Il timore lentamente si trasformò in una sorda incazzatura.
La lasciai sfogare.
Suonò la campanella:
“Spero che sia la prima e ultima volta. Hai capito”? Concluse.
“Sì”. Mentii.
Se ne andò lasciandomi solo nel corridoio con tutti i sacramenti che litigavano tra loro.
Sì aprì la porta della mia classe e i miei compagni si avvicinarono:
“Ma perché hai scritto...”.
Non gli feci finire la frase e a bruciapelo chiesi:
“Vi ho chiesto il permesso o no”?
Abbassò gli occhi e disse sì.
Con i miei compagni la cosa finì lì.
Ma non solo con loro la cosa finì in quel momento. Passata l'incazzatura per una ramanzina incomprensibile nella sostanza e nei modi in cui mi fu fatta, i compagni di classe mi dissero che il tema, così aveva detto la prof d'italiano mentre stavo in corridoio, non sarebbe stato valutato e dunque non c'era nessun motivo per riconsegnarlo agli alunni. Le prove che avevamo sostenuto in precedenza erano sufficienti per la valutazione di fine anno e quel tema sarebbe stato di troppo.
A pensarci bene più che finire non iniziò proprio.
La mia cronaca non la rividi mai e così fu anche per i temi di tutti i miei compagni. Si può pensare che non furono mai stati scritti.
Imparai una cosa in quella occasione. Al corso di giornalismo non mi avevano detto che non bastava scrivere chi, cosa, dove, quando e perché.
C'è anche un'altra regola. Per qualcuno certe cose non si devono scrivere e basta. Non sarà una regola da corso di giornalismo ma io, quel giorno, ho imparato che esiste.
Se queste cose vengono scritte la prima cosa e la più semplice da fare è nascondere quello che è stato scritto, così come si nasconde la polvere sotto il tappeto.
Ma, scopa oggi, nascondi domani, sotto il tappeto la polvere si accumula fino a diventare una montagna e, quando il tappeto è ormai vicino al soffitto, questo monte di spazzatura ha alte probabilità di crollo. Più la montagna sotto il tappeto è alta, più è vicino il momento del crollo. Probabilità così alta che diventa una certezza.
Quando la montagna di polvere sotto il tappeto crolla lo sporco si deposita per tutta la casa ed è impossibile non vederlo. Tutti, anche quelli che erano orgogliosi di vivere in una casa che sembrava così ben pulita, allora si accorgono di quanta schifezza sta vicino a loro.
E di quanto inutile è stato quel tappeto.

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