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sabato, febbraio 27, 2010

Burocrazia 2 ovvero del perchè l'Amazzonia è destinata a diventare un arido deserto

Nel febbraio del 2005 dovetti entrare, per la prima volta in vita mia, nell'Agenzia delle entrate.
L'Agenzia delle Entrate si chiama così proprio perché si sa che ci si entra ma non come, né quando, si esce. Forse è meglio dire si esca, l'uscita non è per niente certa.

Mi ero preparato da anni a questo evento e sapevo le cose fondamentali.
Conosco fin da bambino l'episodio delle 12 fatiche di Asterix in cui il gallico deve richiedere un modulo nella casa che rende folli, questo è tutto il necessario da sapere a proposito della burocrazia. Norme, regole, anche gli uffici dove andare per presentare una data dichiarazione o non so cos'altro, cambiano di momento in momento e sono solo un inutile fardello, il cui peso farà aumentare il senso di frustazione del cittadino convinto che la conoscenza di queste gli renda più facile il tortuoso percorso nella burocrazia.



Il motivo per cui dovetti recarmi, per forza e non per mia volontà, in un così triste luogo fu per presentare una dichiarazione di successione.

Nel mio paese esiste da tempo un ufficio di questa Agenzia e, da qualche anno, si trova in un edificio nuovo, appositamente costruito, situato in una zona abbastanza defilata. Poco traffico e parcheggio facile, oltre a non dover andare a Milano, erano fatti che mi fecero quasi gioire.

Per di più mia sorella lavorava in uno studio che aveva a che fare con questa Agenzia e, con l'aiuto di un suo collega, aveva già preparato il modulo per la dichiarazione e calcolato il dovuto.

Io invece avevo già fatto il giro degli uffici comunali e del catasto per recuperare tutti i documenti necessari. Tranne per il fatto che l'indirizzo dell'immobile era situato in una via inesistente, cosa strana perchè sulla copia scritta a mano degli anni '60 l'indirizzo è giusto, probabilmente un errore di trascrizione durante il periodo della rivoluzione informatica e, si sa, durante i torbidi di una rivoluzione si ghigliottina qualsiasi cosa, anche gli indirizzi, non avevo avuto particolari problemi.

Mi ero recato anche in tabaccheria per acquistare qualche esemplare di quello strano pezzo di carta che si chiama marca da bollo. Queste si riconoscono non solo perché lo hanno scritto sopra, ma anche perchè hanno quella simpatica caratteristica per cui si usano solo per valori diversi da qualsiasi cifra tonda conosciuta in tutti gli universi possibili e in tutti i sistemi di numerazione.
L'ideale burocratico del valore della marca da bollo è tot euro virgola un numero primo di centesimi, altrimenti sarebbe troppo facile dividere questo numero, nel caso che ciò serva, e darebbe l'impressione al cittadino di trovarsi di fronte ad un tentativo ordito dalle forze antidemocratiche per privarlo delle sue libertà fondamentali.
Cosa che ben sapevano i romani antichi quando coniarono il motto divide et impera.

In uno dei miei rari momenti di ottimismo mi ero anche recato in banca per pagare il dovuto. Considerato che l'importo era stato calcolato da un professionista del settore confidavo nel fatto che fosse esatto e non ci sarebbero state contestazioni da parte dell'Agenzia. Non arrivavo a sperare di limitare ad una sola visita i miei incontri con l'Agenzia, sarebbe pazzia bella e buona una speranza simile, confidavo solo che la sostanza del pagamento fosse esatta e di trovarmi di fronte solo alla contestazione di qualche errore di forma che mi avrebbe portato, al massimo, ad un altro paio di visite in tal luogo.
Per il pagamento dovetti compilare il modulo, ma lo chiamano modello, F non mi ricordo che numero, suddividendo il totale in 5 o 6 voci, una per riga, ognuna delle quali era identificata da un codice alfanumerico che decodificai grazie alle istruzioni stampate sul verso del modello stesso.
Come forma di crittografia, cioè il messaggio codificato e le istruzioni per decodificarlo sullo stesso pezzo di carta, non mi sembra molto furba. Probabilmente ciò è dovuto all'allentarsi delle maglie della sicurezza in seguito alla fine della guerra fredda, ma questa è solo una mia ipotesi.
Non mi ricordo il numero del modello F perchè lo confondo con gli aerei da guerra americani, non che ci sia molta differenza, entrambi, gli aerei F e i modelli F, si usano per far danni. Forse lo chiamano modello, invece che modulo, perché è un modellino di un aeroplano, un aereomodello, come dimensioni ci siamo. Però non capisco perché abbiano stampato un codice crittografico invece che le istruzioni di montaggio e le linee per segnare dove piegare la carta.


PRIMA VISITA

Io e mia sorella ci rechiamo in quell'edificio con in mano la dichiarazione, duplice copia. Una delle due copie contiene i documenti allegati. In totale sono pochi pochi etti di carta. Se all'interno il riscaldamento fosse stato troppo alto avremmo avuto a disposizione due ventagli un po' pesanti.
Una volta entrati ci si apre davanti una bella sala, un open space, con tre isole a destra e tre a sinistra, ogni isola è composta da una scrivania contornata da armadi e tre sedie, una per l'impiegato e, dall'altra parte della scrivania, due per i clienti.
No, clienti non va bene. Lascerebbe intendere un rapporto patrono-cliente, il clientelarismo, che potrebbe far sospettare qualcosa al limite della legge. Non sia mai! Anche paziente non va bene, è già usato in campo medico, benchè lì, all'Agenzia, la pazienza trova la sua ideale palestra per allenarsi. Visto che non trovo parole migliori direi che due sedie per due cittadini possa andar bene.
Lungo la parete opposta all'entrata una serie di piccoli uffici.
All'entrata una macchinetta per dare i numeri - dare i numeri per fare la fila, non fraintendiamo - con pochi pulsanti. Schiaccia questo per far la fila per questo, premi quell'altro per fare altro. Abbastanza semplice, rientriamo in uno dei casi considerati dalla macchinetta. Premo il bottone e ritiro il biglietto numerato.
Delle frecce appese al soffitto ci indicano che dobbiamo andare alla terza isola a destra. Nell'open space, appena davanti alle porte degli uffici, ci sono delle sedie per chi deve attendere. Ci sediamo.
Mia sorella parla, io non ascolto - è una cosa che va avanti da quarant'anni ormai, lei parla, io non ascolto, ma tutto sommato ci capiamo - per ingannare l'attesa leggo il biglietto che tengo in mano.
Guardo il numero. Che bello, ne abbiamo davanti solo tre. C'è anche il tempo d'attesa stimato...Cazzo!
Un'ora e venti per ricevere tre pratiche!
Sta cazzo di macchinetta s'è messa a dare i numeri o sono capitato in uno zoo di bradipi da corsa?

[ Tempo d'attesa. E non c'è nemmeno la musichetta.]

Sono passati circa 20 minuti e l'impiegata si alza e dice ad una collega che la linea continua a cadere e deve chiudere il sistema.
Smanetta un po' con la tastiera, si alza e guarda il monitor.
La sigla di chiusura di windows allieta l'ambiente.
L'impiegata se ne va in uno degli uffici.

[Tempo d'attesa. Sconforto.]

Ma dopo solo 5 minuti un'altra impiegata esce dal suo ufficio e ci chiede cosa dobbiamo fare.
Spiego e lei ci fa accomodare in un ufficio.
Sfoglia la pratica e...
1) La marca da bollo non va bene. Pochi giorni prima una direttiva ministeriale o qualcosa del genere ha imposto un aumento di tot euro virgola un numero primo di centesimi. Non è un problema ma bisogna integrare.
2) Tra i misteriosi codici del pagamento un paio hanno subito una variazione dell'importo, in più, per non so qual motivo. Non è un problema ma bisogna integrare. Si deve fare un altro versamento con un altro modello F stesso numero.
3) Due copie della dichiarazione non bastano, ce ne vogliono quattro. C'è di mezzo un immobile e, oltre alla copia per l'ufficio e quella per il richiedente, ci devono essere anche essere quella per il comune e quella per il catasto.

Ci dice di ripassare, così la dichiarazione non può essere accolta.
Salutiamo e usciamo


SECONDA VISITA ( Qualche giono dopo )

Dopo aver integrato e fotocopiato, sempre io e mia sorella, torniamo in quell'ufficio.
Il peso del plico è quasi raddoppiato.
Dopo una breve attesa ci sediamo davanti alla scrivania nell'isola in cui si ricevono quel tipo di dichiarazioni. Questa volta il sistema funziona.
L'impiegata sfoglia, controlla le varie voci crittografate dei pagamenti, fa qualche rapido calcolo con una calcolatrice, guarda lo schermo del computer e poi ci rivolge la parola:
"I calcoli sono corretti ma servono le fotocopie degli allegati"
Io rispondo:
"Sì, certo. Ho fotocopiato gli allegati, gli originali li ho messi nella dichiarazione e le fotocopie le ho a casa. Non si sa mai..."
Mi interrompe:
"Non ha capito. Servono le fotocopie degli allegati, pagamenti compresi, da allegare nella dichiarazione in aggiunta agli originali".
Mi viene da rispondere trentatre trentini entrarono in Trento ma mi esce solo un:
"Mah...Fotocopiare tutto? Già ci sono gli originali"!
"Servono le fotocopie degli allegati, anche quelle di un documemento d'identità con fotografia di tutti i dichiaranti e le fotocopie di tutti i codici fiscali".
Quando sento codici fiscali ho un piccolo sussulto. Quelle parole mi ricordano qualcosa.
Mi giro un po' a destra e, a circa 5 metri da me, c'è la porta di un ufficio sulla cui porta è appesa una targa su cui è scritto, RILASCIO CODICE FISCALE, o una cosa del genere, non ricordo le parole esatte. Mi passa per la testa di chiedere perchè l'istituzione deputata al rilascio di quel documento vuole una fotocopia dello stesso, quando c'è lì di fianco l'ufficio che li dà, ma mi trattengo dal farla per la paura che mi risponda.

Torniamo a casa con il nostro plico non ancora accettato.


TERZA VISITA ( Passa ancora qualche giorno )

Vado da solo con il plico che ormai pesa più di un chilo. Tra dichiarazioni, moduli, documenti, certificati e tutte le fotocopie, ordinatamente inserite in ognuna delle quattro copie della dichiarazione, da un o spessore di meno di un centimetro è lievitato a quasi dieci. Ad essere onesti avevo già pronta anche una quinta copia, con tutte le fotocopie. Non si sa mai.
Penso costernato a quanti alberi sono stati abbattuti per fare la carta che compone quel mattone che è la mia pratica.

Stessa isola e stessa impiegata. Non c'è nessuno oltre me a sbrigare quel genere di pratica dunque vado direttamente da lei senza neanche dover prendere il biglietto per far la fila.

Mi presento davanti alla scrivania tenendo tutta quella carta sulle braccia, come si tiene un bambino quando lo si culla.
Ancor prima che mi sieda, l'impiegata, con una smorfia tra il pietoso e lo schifato, mi dice:
"Lei ha messo le fotocopie in tutte le copie".
Non me lo domanda. Lo afferma.
Intuisco che c'è qualcosa che non va ma, onestamente, dico di sì.
"Le fotocopie servono solo nella copia per questo ufficio, nelle altre tre copie non ci vogliono. Le tolga. Intanto mi dia la copia della dichiarazione con gli allegati originali che la controllo".
Gli consegno la copia e comincio a smazzare le carte delle altre tre copie.
L'impiegata mi dice che c'è ancora qualcosa che non va, ma è proprio una cosa da niente che posso fare in giornata. Mi propone di lasciare tutto sulla sua scrivania, andare a fare quella cosa, ritornare lì prima di una data ora e la pratica serebbe stata accettata.
Io non ho tempo, in più sono incasinato con la carta. Non riesco più a capire qual è il mazzo delle dichiarazioni da consegnare e quello delle fotocopie che ho tolto. Temo di aver mischiato le copie con le fotocopie, anche perchè le copie sono comunque delle fotocopie, difficile distinguerle.
Le dico che sarei tornato nei prossimi giorni.


QUARTA VISITA ( L'indomani )

Dopo aver sbrigato quella cosa, non ricordo quale, e messo in ordine tutte le copie della dichiarazione rivado da solo all'Agenzia delle Entrate.
Il plico è molto dimagrito dal giorno prima ma, a casa, ora ho una pila di carta che mi servirà per gli appunti, la lista della spesa, le barchette e gli aeroplanini, se fossi più giovane anche per fare i bussolotti della cerbottana, per gli anni a venire.

C'è solo un signore, già seduto alla scrivania, davanti a me. L'impiegata è un'altra persona.
Mi siedo su una delle sedie riservate a chi aspetta. Sono abbastanza vicino e c'è quel tanto di silenzio perchè possa ascoltare il discorso tra il signore e l'impiegata.
Ci deve essere un problema tra il codice fiscale del signore e il sistema informatico.
"Il sistema non lo prende". Dice l'impiegata.
"Ho sempre avuto questo codice fiscale e non ho mai avuto problemi". Risponde il signore.
...
L'impiegata:"Nel sistema questo codice non esiste".
Il signore: "Ma io esisto, sono qua e devo fare ...".
...
Comincio a pensare che il problema riguardi l'essere. Forse il signore, ancora non lo sa, ma non è.
E' proprio il suo codice fiscale che attesta il suo non essere.
Mentre penso a questo sento dei rumori provenire dall'ufficio alle mie spalle, mi giro e vedo uscire dalla porta una lepre, una tartaruga e, un passo più indietro, Zenone.
La lepre si rivolge alla tartaruga:"Col cazzo che rimango a lavorare qui, io me ne scappo". Così dicendo tenta uno scatto ma la tartaruga, con una insospettata sveltezza, allunga una zampa e la sgambetta, facendola cadere. Mentre la lepre rotola per terra la tartaruga urla:"Non pensare che sia così facile". Zenone si china e prende per il collo la tartaruga e per le orecchie la lepre. Rialzandosi in posizione eretta, con un animale per mano, scambia un'occhiata con l'impiegata e il signore esclamando:"Che situazione paradossale"!

"Tocca a lei". Sento dire l'impiegata. Mi devo essere distratto, tocca a me. Speriamo bene!

Controllo marche da bollo: PASS
Controllo dichiarazione: PASS
Controllo copie: PASS
Controllo pagamenti: PASS

La dichiarazione va bene e può essere accettata, naturalmente sarà controllata e, se qualche detrazione non verrà riconosciuta come valida riceverò a casa la cartella di pagamento a cui potrò fare ricorso entro e non oltre il termine...

L'impiegata stampa la ricevuta, duplice copia. Me ne guardo bene dal chiederne altre.

Prende il plico e si sposta su un tavolino a fianco della scrivania.
Comincia a menare colpi fortissimi sulla pratica con un timbro di notevoli dimensioni, un attrezzo simile in altri ambiti lavorativi viene usato per le demolizioni. Ogni due colpi preme il timbro sopra un tampone per l'inchiostro.
Mi riconsegna la pratica.
I timbri sono illeggibili, presentano solo tracce d'inchiostro. Guardo il tampone per timbri e mi accorgo che è un po' antiquato, con il bordo in legno pregiato, e con il tessuto che dovrebbe essere imbevuto d'inchiostro molto sfilacciato e profondamente scavato. Probabilmente è un'eredità della precedente amministrazione, quella del Lombardo-Veneto intendo. In compenso la copia della dichiarazione che ho in mano è trapassata da parte a parte.
Non credo che sia sopravvissuta alla timbratura.

1 commento:

Nicole ha detto...

Ho la febbre e un raffreddore incredibile...ho letto lentamente e ho riso col silenziatore o mi scappava la tosse e mi affogavo.

Quello che ti è successo avviene ovunque ci sia qualche Amministrazione al 'servizio' del cittadino.
Ma è come l'hai raccontato che è davvero bello. Un misto di pacata ironia e amarezza...
Mi aspettavo alla fine un bel Vaffanculo!
E invece sei stato originale anche in questo.


P.S.
Non so cosa ho scritto in realtà, spero abbia un senso.