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giovedì, febbraio 18, 2010

1981, una mattina di metà settembre.

Eravamo in due quella mattina di metà settembre.
Gli altri due non si iscrissero in quel liceo, uno preferendo una scuola privata e l'altro smettendo di studiare. Anche Angelo, che stava in quel momento al mio fianco, non avrebbe terminato l'anno in quella scuola e sarebbe andato, a metà anno, in un liceo privato. - Lì si paga e mi fanno passare di sicuro, lo hanno detto a mio padre - mi spiegò.
Per me questo non era possibile.
Lì ero entrato e da lì dovevo uscire.
Anche la mia famiglia non credo avrebbe accettato di percorrere la scorciatoia della scuola privata. Non posso esserne certo perché, a volte, per i figli si finisce per fare cose che costano più del loro prezzo in denaro. Limitandomi ai fatti non parlammo mai, in famiglia, di comprare un anno di scuola.
Quel giorno, il primo del nuovo anno scolastico, fummo i primi ad entrare nell'aula.
Era un piccolo locale ricavato nel sottotetto, il soffitto inclinato e una fila di finestre basse lungo la parete opposta a quella della porta che stavamo oltrepassando. A sinistra vedevo la lavagna, attaccata al muro, sotto la quale stava la cattedra. Attaccata alla cattedra c'era la prima fila di cinque banchi, poi cinque sedie e altre tre file di banchi e sedie. Guardando a destra, verso il fondo dell'aula, si notava una strana struttura di tubi d'acciaio, larga quanto metà della parete, che serviva per appendere i cappotti.
Piccola, giusto lo spazio per potersi muovere tra l'arredamento e le pareti ma, sia per il soffitto spiovente che per le persiane che mitigavano un po' la luce che proveniva dalle finestrelle, carina e accogliente. Aveva un che di caldo, di intimo. Più che un'aula sembrava un localino in cui amerei fare altre cose, ma questo lo sto pensando adesso, allora mi sembrò solamente un'auletta minuscola ma in cui si poteva vivere decentemente.
- Dove ci sediamo? - Chiese Angelo.
- Visto quello che ci è capitato direi di non stare nell'ultima fila, daremmo subito l'impressione dei reietti, di quelli che si vogliono nascondere. La prima fila è troppo esposta però, è addirittura attaccata alla cattedra. Direi di sederci in seconda. - Risposi.
Lì, nella seconda fila, prendemmo posto.

La classe si riempì.
Come spesso accade ci fu quel reciproco sbirciarsi tra sconosciuti.
Tra tutti quelli che entrarono conoscevo solo una ragazza con cui era capitato, nel corso degli anni precedenti, di scambiare qualche parola mentre, noi gruppo di studenti che abitavamo in uno dei paesi serviti da quella linea, attendevamo l'arrivo del pullman. Altri due li conoscevo solo di vista. Tutti gli altri erano dei perfetti sconosciuti. Lo trovai strano, dopotutto era lo stesso liceo che frequentavo, anche se provenivo da una sezione staccata e lì, dove mi trovavo, era la sede, anche se ospitata nei locali di un oratorio. Locali sfruttati fino al sottotetto. Comunque sia mi trovai circondato da una maggioranza di gente mai vista prima.

Arrivò il momento della prima ora di lezione con la prof di storia e filosofia, anche lei mai vista prima.
Dopo qualche parola di circostanza rivolta a tutta la classe si rivolse a me e ad Angelo. Ci chiese, in modo un po' brusco, cosa avevamo fatto l'anno passato, come mai ci trovavamo ancora lì, al liceo.
Cominciò a parlare Angelo e disse delle sue assenze, del poco che aveva studiato e di quanto avrebbe studiato quell'anno.
Mentre parlava lo guardavo un po' sorpreso perché, nonostante le sue tante assenze ed il fatto che avesse studiato poco, anche per lui quella punizione era stata eccezionale, oltre che stupida. Non potei fare a meno di pensare: - Ma senti che paraculo, neanche Enrico IV a Canossa...-.
-E tu, cos'hai da dire?- Mi chiese.
No, posso anch'io mentire, quello che dissi non fu per amore di verità.
Egoismo, l'egoismo di non poter ammettere, per quell'episodio della mia vita, neanche una piccola menzogna da barattare con un piccolo vantaggio, quello forse sì. Non venni neppure sfiorato dall'idea che quello stavo dicendo potesse essere un vantaggio o uno svantaggio. Dissi semplicemente quello che pensavo, che penso tuttora. Lo dissi con naturalezza ed ingenuità, solo quello potevo dire.
L'unica cosa furba che feci fu quella di non dire nulla di quello che pensavo di parte del corpo insegnante dell'anno passato.
Dissi che non ne avevo la minima idea di quello che era successo nell'ultimo consiglio di classe dell'anno scorso e del perché era successo. Dissi che avevo la coscienza a posto. Dissi che mi trovavo lì, un fatto è un fatto, e mi sarebbe piaciuto sapere, magari da lei che era un'insegnante e forse sapeva qualcosa per sentito dire dai suoi colleghi, come mai mi trovassi lì.
Non mi ricordo con che parole dissi questo, non era una parte di un canovaccio che si impara a memoria, ma il senso fu quello.
La prof, quando ebbi finito di parlare, abbassò per un attimo lo sguardo. Quando lo rialzò fu per guardarmi mentre mi diceva all'incirca queste parole:
- Ecco, a differenza di te, il tuo compagno è onesto, lui ammette i propri errori, spero che andando avanti...".
A questo punto smisi di sentire, non di ascoltare, proprio di sentire, e cominciai a pensare:
-Bene, cominciamo bene. Invece che dirgli le palle che vuol sentire gli dico la verità e mi becco addirittura del disonesto. Cominciamo proprio bene!-
Della restante parte di quella lezione non conservo nessun ricordo se non quello della bile, dell'adrenalina e chissà quali altri succhi che mi circolavano nel corpo.

Al cambio dell'ora scambiai giusto qualche parola con Angelo. Mi ricordò la convenienza della paraculaggine. Mi incazzai ancor di più.

Entrò il prof d'italiano e latino. Stessi convenevoli dell'ora precedente e stessa domanda a noi due.
Cominciò sempre Angelo e disse le stesse cose che aveva detto prima.
Mentre parlava io me ne stavo con gli occhi fissi sul banco. Dovendo stare seduto e non potendomi nemmeno sfogare con una corsetta la mia tensione aumentava. Un po' mi davo mentalmente dello stupido e un po', sempre dentro di me, bestemmiavo il bestemmiabile, dei, dee, donne, uomini, piante, animali e chissà cos'altro.
Quando il prof chiese a me del perché...Ecco, le parole che dissi me li ricordo esattamente, il senso era quello di prima ma erano poche e assolutamente non pensate.
Risposi di botto:
-Non lo so, ma se mi mettono i professori dell'anno scorso davanti a un muro e ho in mano un mitra io sparo.-
Il prof fece una smorfia, non di disgusto, quel tirare le labbra quasi a voler esprimere un dubbio, e disse:
-Non hai pensato di rivolgerti al TAR?-
-Se mi capita una disgrazia non ne cerco un'altra-. Risposi.
E fu allora che sentii le più belle parole che mi ricordo di aver sentito, forse dette solo per sciogliere un momento di tensione, non una predica , solo due parole, quelle servivano e furono dette:
-Ti capisco-.




(Nomi di persona inventati)

1 commento:

Nicole ha detto...

Ti ha compreso per tante ragioni, ma una su tutte forse per il fatto che fosse anche lui un cane sciolto. E tra cani sciolti ci si riconosce sempre.
Anche io ho ho spesso pagato prezzi salati, per essere me stessa.
Quelle volte che ho mentito ho raggiunto sempre lo scopo, ma la vittoria ha avuto sempre ilsapore del fiele. Tacendo invece mi sono fatta il fegato grosso com un cocomero...

Ho deciso di ritornae a 'battere' strade frequentate da poche, pochissime persone.

Bel post sinceramente...