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martedì, maggio 04, 2010

Il compagno barbiere

Il 30 aprile ultimo scorso, e lo scrivo così per non perdere l'allenamento con il burocratese, è stato l'ultimo giorno di lavoro per il compagno barbiere. Che abbia scelto proprio la vigilia del primo maggio per terminare la sua attività non credo sia stato un caso.

Non è stato il primo che mi ha messo le mani in testa. I primi tagli di capelli me li fece un altro - i miei mi raccontavano che la prima volta feci uscire le donne di casa per le urla che tiravo - ma questo chiuse presto e, fin già dalle elementari mi portarono da lui. Ci andavo con mio nonno, in quel negozietto lavorava ancora suo padre, che tagliava i capelli al nonno mentre lui li tagliava a me.

Fin che c'era suo padre, per tutto il periodo delle medie e anche qualche anno del liceo, fra i vari giornali che erano a disposizione dei clienti in attesa figurava anche Playboy. Ogni tanto, verso l'età dell'adolescenza, suo padre si avvicinava a me e con un sorriso complice e una smorfia d'incoraggiamento mi pestava in mano questa pubblicazione. Io sorridevo e la sfogliavo soffermandomi sugli articoli più interessanti, mostrando un distaccato interesse per le fotografie, non aprivo neanche il paginone centrale.
No, è che per vie traverse quella rivista la conoscevo di mio. Avevo dei parenti che lavoravano in Rizzoli e che mi rifornivano di intere borse piene di pubblicazioni di quella casa editrice. Tra le quintalate di fumetti, di Domenica del Corriere e prove di stampa di pubblicazioni varie non era raro trovare copie di Playboy sfuggite alle censura parentale che nascondevo in un posto sicuro, dove avrei potuto, in seguito e con tutta calma, studiarmele attentamente.
Apprezzavo molto il gesto del padre del compagno barbiere, ma sfumato l'effetto sorpresa, tutto si riduceva alla pantomima di mostrare un contenuto imbarazzo, neanche tanto finto.

Finito il liceo ormai c'era solo lui che lavorava in quel negozietto sulla via centrale  del paese che si stava sempre più ingrandendo.
Un giorno mi chiese che facoltà avessi scelto:
"Faccio ingegneria"
Lui fece una smorfia ed esclamò:
"Ah, un prete civile"!
"Eh, un prete cosa"?
E mi parlò del fatto che, con tutto quello che avrei avuto da studiare, io le ragazze per un bel po' d'anni le avrei viste col cannocchiale, se avessi voluto riuscire.
Subentrarono altre cose, peggiori, solo peggiori per me, ma ora lo devo dire. Cazzo, quanto aveva ragione!

Tentò più e più volte di coinvolgermi in politica, cosa che ho sempre seguito ma che non ho mai fatto da militante, ma io avevo interessi orientati da un'altra parte. Mi chiamava prima delle elezioni per chiedermi se volevo fare il rappresentante di lista o lo scrutatore, ho sempre declinato. O per un esame imminente - a quei tempi c'era sempre un esame imminente - o per semplice mancanza di voglia trovavo sempre una scusa per non impegnarmi.
Per invogliarmi arrivò a chiedermi di far ripartire il foglio di Partito del paese, che avevano già le macchine tipografiche ma non c'era nessuno che scriveva. L'idea di essere in un seminterrato a stampare mi piaceva, ma, dovete sapere, che la sezione del Partito del mio paese era quanto di più triste si potesse immaginare. Nelle sere d'estate, passata l'epoca delle feste dei partiti, suonava una fisarmonica motivi al cui confronto Die Partei Hat Immer Recht è un inno alla felicità. E i giovani scappavano. Rifiutai dopo averci pensato qualche giorno.

Nei tempi tra il crollo del muro e quelli della fine dell'Unione Sovietica cominciò ad incattivirsi. Buona parte delle sue, ma non solo le sue, idee e aspettative venivano calpestate da degli eventi impensabili fino a solo pochi anni prima.
Liquidò Gorbachov come uno che si era messo contro il Partito.
Quando anche il PCI si sciolse come neve al sole cominciò a chiamare Occhetto l'ochetta. Lì finì la sua militanza ma rimase comunque, il suo negozio di barbiere, un punto di riferimento per chi si interessava di politica in questo paese che si avviava a chiamarsi città.

Nel periodo dell'11 settembre, quando gli americani dicevano, non era ancora pubblica la decisione della guerra, di andare in guerra in Afghanistan, parlavamo del poco senso di questa mossa, poco senso ancor più militare che politico. Cosa andavano a fare? A bombardare le montagne? Mi chiedevo.
Lui disse solo :" Gli Americani danno fuoco anche ai sassi".
Infatti andarono in Afghanistan.

La mattina del 30 aprile ultimo scorso, apro il settimanale del paese che ormai si chiama città e leggo che è l'ultimo giorno di attività del barbiere dei politici, così c'era scritto.
Ho preso la bicicletta e, per l'ultima volta, mi sono recato dal compagno barbiere a farmi tagliare i capelli.
Tra gente che entrava a salutarlo, un brindisi, interruzioni e chiacchiere ci ho passato tutta la mattina in quel negozio sulla strada che sale verso il ponte del naviglio. Ho guardato e riguardato quelle poltrone, le forbici, il quadro bruttissimo e le belle stampe di volatili sulla parete opposta a quella degli specchi.
Quando mi sono alzato dalla poltrona, una stretta di mano.
Uscendo ho sentito che un'altra epoca è finita. Non la caduta di un impero o l'inizio di una guerra. Un'epoca di quelle che ci si porta dentro, quell'insieme di ricordi che fanno parte di noi.

Ciao compagno barbiere.

1 commento:

modesty ha detto...

è cosi che ci rendiamo conto che le cose non vanno affatto bene.
ma è anche cosi che ci accorgiamo che la salvezza nostra mentale e del cuore sta nelle nostri abitudini e rituali e nella gente che li compie.

bel post, marco. ciao, son, tornata, eh...

love, mod