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sabato, marzo 03, 2018

Dichiarazione di voto

Vediamo il medioevo con gli occhi dell’ottocento.
Quando, anni dopo averlo visto dal vero, ho saputo che le travi del tetto del duomo di Colonia sono in ferro, sul momento credetti che fosse una scelta recente. Con tutti i bombardamenti che ci furono in Germania durante la seconda guerra mondiale non mi risultava per niente strano che anche quella chiesa potesse essere stata quasi rasa al suolo e successivamente ricostruita con tecniche moderne.
Invece no.
Le travi sono originali e risalgono al tempo della sua costruzione. Questo perché la maggior parte di quell’edificio, comprese le altissime torri della facciata in stile gotico missilistico, è un’edificazione dell’800.
La stessa Notre Dame ha contribuito a formare questo medioevo immaginario che è quello che noi, tuttora, vediamo. I gargoyle, quei doccioni mostruosi che fanno la felicità degli scenografi quando devono mettere in scena quello spettacolo tratto dal romanzo di Hugo, anche questo ottocentesco, sono un’aggiunta di un restauro del XIX secolo. Nel medioevo non c’erano.
Gli strumenti di tortura e quei divertenti oggetti che sono le cinture di castità, per la maggior parte, sono anche loro frutto dell’immaginazione ottocentesca.
Certe immaginazioni sono così ben fatte e potenti che si trasformano, nel tempo, in immagini che lottano ad armi pari con quelle che sono reali (per quello che riusciamo a sapere) e a volte vincono, sostituendo la realtà con la fantasia.
Succede anche con le parole.
Alcune espressioni sono tanto azzeccate da durare decine, centinaia d’anni e vengono spesso usate, magari con significati diversi. Ma il loro utilizzo fa sì che rimangano vive.
Pensate “alla discesa in campo” che ha travalicato il significato originario militare-sportivo e viene utilizzata nell’ambito della propaganda politica. Oppure il “fare squadra”, sempre sportivo, che viene utilizzato in svariati campi.
Altre espressioni, invece, hanno minor fortuna. Vivono quasi dimenticate nei libri e saltuariamente escono a fare un giro, vengono strombazzate per un breve periodo e poi ritornano a dormire sulle pagine da cui sono uscite.
Un esempio potrebbe essere un’espressione come “scendere nell’agone politico”. Sì è sentita per qualche anno ma adesso riposa tranquillamente.
Anche perché, credo, al mercato e nelle fiere, dove si scambiano merci e informazioni, il fine dicitore sostenitore del primato della politica non è molto considerato. In quei posti la gente è più attenta a controllare che il fruttivendolo non metta il dito sul piatto della stadera e parole come “agone” richiamano alla mente solo altre parole come “magone” e “iniezione”. Penso siate d’accordo con me se vi dico che un’iniezione fatta con un agone fa venire il magone. Meglio dimenticarsela in fretta quella brutta parola.
In quest’ultima campagna elettorale c’è stata un’unica parola che è stata usata più delle altre.
Questa parola è “argine”.
C’è chi si presenta come “argine” contro il menefreghismo, altri come “argine” al benaltrismo, altri ancora volevano arginare tutti gli altri “argini”.
Un’invasione di argini.
Ma siamo ancora in inverno, nevica, alle alluvioni ci penserò al disgelo.
Mi chiedo solo, dopo aver costruito tutta questa molteplicità di argini, questi argini degli argini e argini sugli argini, l’acqua per far girare i mulini dove l’andremo a pescare?
Buon voto!

P.S.
Per quanto sembri incredibile, invece, le mutande di ghisa sono utilizzate da ben prima dell’età della pietra. Mi raccomando, indossiamole sempre.

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