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sabato, luglio 02, 2011

Io non sono Roger Rabbit

Ci sono dei periodi in cui sarebbe meglio non scrivere nulla.
In questi momenti nulla è interessante, coinvolgente o divertente, tanto meno un argomento che non mi ha mai appassionato come il fumetto, per di più legato ad un ambiente che ora quasi detesto, come quello estremamente frammentato e gerarchico che è Second Life; ma ho preso un impegno e a rischio di scrivere solo porcate qualche parola in fila provo a metterla giù.
La prima cosa a cui ho pensato, quando ho saputo l’argomento trattato in questo numero, è stato il fumetto di pesce, il brodo preparato con le frattaglie e le lische, ottimo per preparare sughi e salse. Vai a capire il perché, non sono nemmeno un cuoco.
Poi ho cercato in rete, su un vecchio dizionario, il significato di fumetto e copio qui il significato, una maniera come un'altra per allungare il brodo:

Fumetto: specie di essenza fatta con anaci colla quale si aggrazia l’acqua da bere: così detta perché versata o schizzata nell’acqua si sparge prendendo l’aspetto di fumo.

Non sapevo che l’anice si potesse chiamare anaco. O che una sua forma desueta sia anaco.
Dunque la diffusione dell’essenza d’anice nell’acqua per preparare una bibita assume l’aspetto del fumo come il latte che si diffonde nel the assume l’aspetto di nuvoletta. Questo mi ricorda il cartone animato tratto da un fumetto di Asterix dove un britanno chiede di mettere una nuvoletta di latte nella sua acqua calda.
Il fumetto diventa una nuvoletta e questo, parlando di Second Life, mi ricorda qualcosa.
Si è nuvoletta quando l’avatar non riesce a caricarsi, esperienza comune a tutti noi. Prima di diventare “sostanza” l’avatar appare solo come un’essenza ectoplasmatica, con cui può chattare, ma non ha forma propria, è letteralmente una nuvola.
Dalla nuvola - server, connessione e client permettendo – finalmente appaiamo noi.
Gli avatar.

Cartoni animati li chiamo io, in un mondo che per alcuni è di fiaba ma per me sta diventando un inferno. Io, curioso per natura, non ho mai provato attrazione per questo coso chiamato Second Life. Non ricordo come lo chiamassi prima che qualcosa mi spingesse a provarlo. Di certo non lo chiamavo metaverso, non lo faccio tuttora. Già ho scritto di quanto conti parlar difficile per poter vendere, e tanto più conta saperlo fare se la merce è avariata. Un gioco, una chat animata sono forse definizioni più appropriate, ma non voglio entrare in territori che lascio ben volentieri ad altri.
Dopo poco più di un anno di permanenza, con periodi di assenza per disintossicarmi, posso provare a tracciare un bilancio, del tutto personale, di questa esperienza.
Direi più tragica che deludente.
Non entrerò nei particolari, quelli sono solo fatti miei e di chi mi è capitato di incontrare.
Ho trovato un mondo frammentato ed estremamente gerarchico, in cui le parentele, seppur virtuali, contano più che nel medioevo.
Frammentato per motivi anche tecnici. In una land, in una di quelle grosse, non ci possono stare più di 100 avatar, ma sono molte le land che ne tengono 20 al massimo. Numeri da prendere con le pinze e solo sentiti girando, non ho controllato, né ho intenzione di farlo, la scheda tecnica di un server di SL.
Girando si può trovare gente di tutto il mondo e chiacchierare con loro, conoscenza delle lingue permettendo. Ma c’è una tendenza a rifugiarsi nel proprio orticello fatto di poche decine di persone in cui l’inserimento è difficilissimo. Difficoltà che può essere minore o maggiore a seconda del carattere delle persone, ma c’è. Pur non essendo un gioco di per sé la difesa delle proprie conquiste, per lo più relazioni personali, arriva al parossismo. Io stesso sono arrivato a provare invidia per avatar, che comunque hanno alle proprie spalle una persona, che non hanno niente di invidiabile, solo perché riescono a giocare meglio, a gestire meglio questo groviglio relazionale. L’età è il primo aspetto gerarchico. Non c’è nulla di strano, capita in qualsiasi attività umana.
Ma in quello che molte volte viene presentato come un gioco creativo dove dovrebbe essere possibile anche il relax, questo aspetto dovrebbe essere attenuato. No, qui la terza categoria gioca con serie A. E a volte i vecchi stabiliscono le regole, e le cambiano secondo convenienza. Non è più gioco o, se proprio vogliamo chiamarlo così, è gioco al massacro.
I nuovi si chiamano niubbi, un brutto anglismo comune in informatica, e si riconoscono per il loro aspetto estetico. Questo è il secondo aspetto gerarchico, l’estetica. Sia che tu voglia apparire umano, volpe, cavallo…la spinta a migliorare il tuo aspetto è forte. La si sente dalle battutine che perseguitano i niubbi fin dai primi giorni ma anche dagli aiuti che danno i più vecchi memori della loro seconda infanzia. Questo comporta quasi sempre una spesa, se ai primi tempi possono bastare gli oggetti gratuiti che si trovano facilmente , procedendo si sente il bisogno di roba più bella e costosa, il che ci porta al terzo aspetto gerarchico. La ricchezza.
Nelle miriadi di giochi che qui si fanno, non voglio approfondire l’aspetto commerciale, la seconda ricchezza, la ricchezza in SL, pesa. E’ molto simile alla tirannia rinascimentale, che è sempre stata chiamata con l’eufemismo di Signoria. Il possessore di una land può essere un mecenate ma, TOS permettendo, le regole , le leggi, le stabilisce lui.
Anche un avie ben curato può costare abbastanza e portare dei vantaggi al suo manovratore. Non trovo nulla di giocoso in questo.
Sì, periodo che era meglio che non scrivessi nulla.
Ho provato a staccarmi da quello che è il gioco in Sl, a morire come avatar, per poterla trattare solo come chat in cui incontrare pochi amici e parlare con loro, ma mi sono accorto che non è possibile stare dentro Sl e contemporaneamente starle fuori. Nei discorsi che si fanno Sl e le sue storie ricorrono troppo spesso e ad alcune di loro ho partecipato anch’io
Ho inscenato la mia morte come avatar assumendo il ruolo di “avatar-fantasma” indossando una skin completamente nera e sono stato scambiato prima come Diabolik e poi come l’uomo ombra. C’era gente che mi seguiva perfino e mi faceva i complimenti.
Allora ho usato l’invisibilità perché fosse chiaro a tutti che non ero più un avatar, ma sono immediatamente stato battezzato come l’uomo invisibile.
Volevo sparire e mi sono trasformato in personaggi dei fumetti.
In questo maledetto gioco o si è dentro o si è fuori. E’ come un campo di concentramento, c’è chi si salva e chi viene sommerso.
Perché ho intitolato il pezzo “io non sono Roger Rabbit”?
Perché, leggendo qualcosa si wikipedia per documentarmi ho trovato queste parole alla voce Jessica Rabbit:

Quando le viene chiesto cosa ci trova di attraente in Roger Rabbit lei risponde "mi fa ridere".

Sono stato da poco definito in Sl come una persona con la morte nel cuore.
Ecco, io non sono Roger Rabbit.
Adesso vorrei tornare a giocare, io non sono cattivo, è che mi sono disegnato così.



Potete trovare questo scritto, insieme ad altri interessanti articoli, nel nuovo numero di Essellemoviemagazin

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