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mercoledì, luglio 21, 2010

Calcetto

Ho giocato per qualche anno a calcetto con degli amici e dei semplici conoscenti.
Non amo il calcio, da bambino ero quello che proponevo sempre qualche altro sport, un anno mi inventai le Olimpiadi. Un sasso rotondo diventava un peso, uno schiacciato il disco e un manico di scopa il giavellotto. Per le corse non c'era da inventarsi nulla, bastava correre e la distanza tra due alberi, o due lampioni, diventava i cento metri e il giro del palazzo la gara di fondo. Mi limitai all'atletica se ben ricordo.
Ma il più delle volte la scelta era tra giocare la partitella, e a quel tempo eravamo veramente in tanti bambini, o non giocare del tutto. Io preferivo giocare, anche se non era il mio gioco preferito.
Così, crescendo, mi ritrovai a non essere del tutto impedito come giocatore di pallone.
Incapace di palleggiare, compensavo questa mia mancanza con una certa velocità di movimento e una buona precisione di tiro. Così, tra i venti e i trent'anni, piuttosto che non fare nulla d'inverno, giocai in una squadretta di calcetto una volta alla settimana; una maniera come un'altra per correre e sfogarsi.
E di sfogarmi ne avevo davvero bisogno. A quel tempo avevo già chiuso tutte le porte o quasi, e un'uscita settimanale mi permetteva di ricordare che appartenevo ad una specie sociale.

Giocare...
Sì, una volta che decido di giocare, gioco. Se proprio non mi piace quel gioco, o anche la maniera in cui quel gioco viene giocato, smetto, me ne vado

Nel calcio e in tutti gli sport di squadra, escluse le partite estemporanee come quelle che si possono vedere sulle spiagge, il gioco non è completamente contenuto dal campo. Inizia prima, si conclude dopo e avviene in luoghi diversi: nelle case tra parte di partecipanti, nei bar per quelli che lì si trovano per discutere le tattiche, insomma, in ogni luogo in cui almeno due giocatori si trovano per parlare della prossima partita e "analizzare" la precedente. Questa parte del gioco risponde all'altisonante definizione di "dinamiche di spogliatoio", e ha la funzione di stabilire la gerarchia del gruppo, della squadra.

Durante i primi mesi, mentre mi cambiavo negli spogliatoi, quando rimanevo io e un altro paio di persone, regnava silenzio. Io mi attardavo sempre, non mi piaceva cincischiare per il campo in attesa dell'inizio della partita.

Durante una partitella uno dei migliori giocatori, nonch'è quasi un amico o almeno conoscente di lunga data, uno di quei tipi atletici e bravi con i piedi, si mise a giocare da solo. Sì, a volte, neanche tanto di rado, quelli bravi con i piedi si dimenticano che è uno sport di squadra e si mettono a fare la ruota come i pavoni, quelli bravissimi riescono anche a fare cose che chiamano un applauso convinto, ma quella sera non era questo il caso.
Il tizio diede prova della sua bravura sprecata per non ottenere nessun vantaggio. Noi, gli altri giocatori di quella squadra, ci fermammo a guardare le sue evoluzioni, inutili, in attesa che si decidesse a passare la palla.
Io mi stancai presto, cominciai a fissarlo con le braccia conserte, finché lui non si lamentò che nessuno si metteva nel posto giusto per passargli la palla.
Era già da un po' di tempo che aspettavo la palla, lui continuava le sue inutili evoluzioni, e mi saltò subito la mosca al naso. Comincia ad urlargli le mie ragioni, condite da qualche "va a cagare", non sarà troppo fine ma, nella retorica calcistica, è uno dei condimenti più usati. Uno dei tanti episodi che avvengono tra compagni di squadra, niente di più, per me. Stranamente, nei mesi precedenti, in episodi simili, non avevo visto nessuno comportarsi come stavo facendo io.

Da quella volta, negli spogliatoi, il silenzio sparì, quando rimanevo in compagnia di quelle poche persone, e fu sostituito da pettogolezzi sulla bravura di questo o dalla broccagine di quello. E quando c'era da decidere qualcosa cominciarono a chiedere il mio parere.
Fu lampante che, da quella scenata, diventai parte del gruppo.
Qualcuno mi disse che erano anni che voleva mandare a cagare quel tipo, ma non l'aveva mai fatto.
Cazzo!
Sono un antagonista e non lo sapevo.

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